Elatine gussonei (Sommier) Brullo & al.

In mezzo al quasi “deserto” di Lampedusa, passeggiando nel nulla solo per il gusto di perdersi con la mente fra i sassi dell’isola e alla ricerca di niente, potreste specie in inverno o inizio primavera, incappare in micro stagni chiamati dagli esperti pozze temporanee. Trovare questi luoghi nell’isola è come trovare un oasi nel deserto. Infatti non ci sono corsi d’acqua dolce, ma solo pietre, massi e sparuta vegetazione.

Ma nei posti giusti e nel momento giusto, alcuni buchi nella roccia nuda e di solito rotonde e profonde pochi centimetri, originatisi molto verosimilmente ad opera del vento si riempiono d’acqua piovana. Il fondo di queste pozze è reso impermiabile da un sedimento molto fine, limo. Da qui il nome pozze temporanee d’acqua dolce. Rimangono coperte dall’acqua nei brevi periodi di pioggia finchè tutta l’acqua evapora. Tutti gli habitat sono stati codificati e persino questo ha un codice il 3170* : Stagni temporanei mediterranei. E si sà dove c’è acqua c’è vita.

Le pozze dopo qualche giorno che si riempiono d’acqua dolce iniziano a brulicare di vita. Varie specie di animali microspici, si contendono quel micro cosmo. A dare un pò di ossigeno a queste acque stagnanti la natura ha provveduto con una micro pianticella anfibia. Il volgarmente detto pepe d’acqua di Gussone. La Elatine gussonei nome della specie dato in onore di Giovanni Gussone, è una bellissima pianticella verde le piccole foglioline verdi una volta emerse dalla pozza temporanea danno vita a piccoli fiorellini.

Questa pianticella è stata descritta per la prima volta nella storia della botanica a Lampedusa nel 1885 da Lojacono poi da Sommier nel 1908 poi nuovamente nel 1915 ed infine da Brullo nel 1988. Ciò che dispiace è che la sua presenza non viene indicata a Lampedusa nella mappa di distribuzione dall’organizzazione internazionale che si occcupa di catalogare le specie viventi e indicarle come più o meno minacciate d’estinzione, lo IUCN (International Union for Conservation of Nature), incredibileeee direbbe Sasà Salvaggio.

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Imbriacola Lampedusa

Se cerchi in rete in un qualsiasi motore di ricerca il termine Imbriacola, quello che troverai sarà legato in qualche maniera a Lampedusa, si parla di vacanze, dammusi, tragedie legate all’immigrazione, e così per pagine e pagine.

Il termine Imbriacole è comunque legato a lampedusa, e in effetti con Imbriacole si denomina la lunga valle che percorre l’isola di Lampedusa da est a ovest quasi segandola in due, sbocca a cala Salina.

Se cambi ricerca ed aggiungi a Imbriacola il termine corbezzolo ecco svelato l’arcano.

In siciliano Imbriacola significa appunto corbezzolo. Si, la famosa pianta tipica della macchia mediterranea cantata anche da G. Pascoli “« O verde albero italico, il tuo maggio è nella bruma: s’anche tutto muora, tu il giovanile gonfalon selvaggio spieghi alla bora ».

Il termine inoltre porta a pensare, a “ubriaco” o che ti “ubriaca” ed in effetti leggendo le caratteristiche del corbezzolo, scopriamo che il frutto è alcolico.

Si, ti ubriaca se mangiato in quantità, non bisogna mangiarne in grossa quantità perché il frutto é alcolico, i Greci lo amavano molto perché li mandava in uno stato di ebbrezza, infatti ogni anno organizzavano la festa del corbezzolo durante la quale si rendevano ebbri e quindi con un carattere più socievole con gli altri”.

Ritornando a noi il corbezzolo riempiva nei tempi passati la omonima valle di Lampedusa e di certo doveva essere uno spettacolo in autunno quando l’albero fiorisce e contemporaneamente ci sono fiori bianchi, foglie verdi e i frutti maturi rossi dell’anno precedente.

Peccato, ormai gli esemplari di questa splendida pianta sono poche e solo da qualche anno si sta tentando di reintrodurlo.

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